Società

Pari opportunità e tokenismo: concedetemi l’accostamento.

Recentemente mi è stato chiesto, pour parler ovviamente, se mi piacerebbe entrare a far parte della Commissione Pari Opportunità del mio Comune. Dopo una brevissima riflessione ho risposto di no. Il fatto che nel 2022 si debba ancora disquisire di “quote rosa” o di “pari opportunità” mi getta nello sconforto più totale. 

Sono madre di una giovane donna (31 anni) e di due giovani uomini (25 e 19 anni). Ho impartito a tutti e tre la stessa educazione, gli stessi valori, e ho concesso a ognuno di loro la piena libertà di scegliere il proprio percorso formativo e di vita perché credo fermamente che il rispetto dell’uguaglianza inizi in famiglia e possa essere innestato in ciascuno di noi soltanto con l’esempio e fatto germogliare con il concime di una solida formazione culturale.

Nel mio mondo ideale – e quindi nella mia visione della politica – genere, etnia, orientamento sessuale, religioso, ecc. non hanno nulla a che vedere con il valore di una persona, che è misurabile esclusivamente in base alla capacità di ognuno di apportare il proprio contributo positivo all’interno di un’organizzazione, gruppo, azienda, società, ecc. e che discende in grandissima parte dall’opportunità di ricevere una formazione adeguata.

Non riuscivo però a dare un contorno preciso a questo mio senso di disagio nei confronti di ideali o visioni che invece dovrebbero essere visti come “obiettivi da perseguire”. Ma la vita ti mette sempre a disposizione le risposte se le sai cercare. Così, spulciando le e-mail di stamattina, mi è capitato d’imbattermi nella newsletter di Alice Orrù, una copywriter e traduttrice con il pallino per il linguaggio inclusivo, che leggo sempre con grandissima curiosità.

E così ho scoperto che la mia, probabilmente, è una forma di avversione per il tokenismo, ovvero “la pratica di fare concessioni formali a minoranze o a gruppi sottorappresentati per dare l’impressione di equità e rispetto delle pari opportunità”, come spiega il dizionario online Zanichelli. 

È il caso, ad esempio, dell’unica persona nera nella stanza, ovvero l’annosa questione dell’inclusione razziale, affrontata con grande lucidità da Nadeesha Dilshani Uyangoda. Come scrive l’autrice in questo bellissimo articolo, scoperto sempre per merito di Alice, “l’Unica Persona Nera nella Stanza, in Italia, è destinata a rappresentare tutto ciò che è minoranza. E non serve a nulla che ti affanni a spiegare che un Nero Italiano di origini africane è diverso da uno di origini indiane o sudamericane o cinesi (sì, perché in un mondo di bianchi e neri, gli orientali non sono certamente bianchi). Un Non Bianco in un gruppo di caucasici è semplicemente un Nero.” Lo stesso discorso lo potremmo tranquillamente applicare anche a chi è non binario, transgender, ecc. Se vi dico Sanremo 2022 vi suona un campanellino?

Il tokenismo, concedetemi l’accostamento forse un po’ forzato, a mio parere può essere esteso alle “quote rosa” per le donne in politica o ai vertici delle aziende, o alle “categorie protette” per i disabili nel mondo del lavoro, perché riducono le persone a token, pedine da posizionare quasi sempre in ruoli secondari ma talvolta anche in vetrina, con buona pace delle coscienze, soprattutto dei maschi bianchi e abili che così possono sentirsi legittimati a continuare a detenere il potere in ogni sua forma. 

Come se ne esce? Investendo moltissimo nella scuola, unico vero laboratorio di cittadinanza e inclusione sociale, e nella promozione della cultura in ogni sua forma, l’arma più potente contro le discriminazioni e le ingiustizie, che deve essere sempre a disposizione di tutti, indistintamente.

Photo @ The Gender Spectrum Collection