Mostre e spettacoli,  Società

Nodi gordiani ed esperienze catartiche

Qualche giorno fa, presso il Teatro Verdi di Pordenone, ho assistito a “Il nodo”, pièce teatrale in un solo atto di Johnna Adams messa in scena con la regia molto incisiva di Serena Sinigaglia e interpretata da due bravissime attrici: Ambra Angiolini e Arianna Scommegna. Premetto che non ero assolutamente attratta dall’argomento su cui verteva l’opera: il dialogo molto teso tra la madre di un ragazzo e la sua insegnante di scuola media. Il ragazzo alcuni giorni prima è stato sospeso; è tornato a casa pieno di lividi e la madre vuole a tutti i costi capire il perché.

Sono appena uscita dal tunnel “figli a scuola” – il mio terzogenito si è diplomato la scorsa estate – e sinceramente non rimpiango quel periodo così lungo e per molti versi logorante della mia vita. I momenti di rabbia e frustrazione vissuti in 25 anni di frequentazione di scuole di ogni ordine e grado (la mia primogenita ha già 31 anni) sono stati infatti molto superiori alle gioie, soprattutto per una come me che ha sempre amato andare a scuola, nonostante risultati non sempre brillanti, e non vedeva l’ora di poterci accompagnare i propri figli. 

Non parlo ovviamente di voti, di cui non mi è mai interessato più di tanto, ma di vita in comunità, di relazioni. La scuola per me è sempre stata un luogo protetto, in cui potermi confrontare, talvolta anche aspramente, con i miei pari e con adulti che non fossero legati a me da rapporti di affetto. È a scuola che ho sviluppato le amicizie più solide e durature e sempre a scuola ho imparato a superare gli ostacoli lungo il mio cammino. 

Per qualche finora incompreso motivo, l’esperienza vissuta attraverso i miei figli mi è apparsa totalmente differente. Relazioni superficiali con la maggior parte dei compagni, di cui a mala pena ricordano alcuni nomi mentre io posso tuttora citare anche quelli delle elementari nonostante sia passato ormai quasi mezzo secolo; poco entusiasmo nell’affrontare l’anno scolastico, anche quando si trattava di iniziare un nuovo ciclo; desiderio di finirla al più presto e di archiviare l’esperienza.

Il dialogo a cui ho assistito a teatro è stata un’esperienza catartica, che mi ha scossa fino alle lacrime. Come anticipato dal titolo, quello messo in scena è un vero e proprio nodo gordiano, che riguarda tutti noi, genitori ed insegnanti, e dal quale è possibile uscire soltanto con un gesto drastico, come quello compiuto da Alessandro Magno quando, con la sua spada, ha reciso il nodo di Gordio che nessuno era riuscito fino a quel momento a sciogliere. 

Qual è questo gesto drastico, di rottura? Secondo me riconsegnare la scuola ai ragazzi e ai loro insegnanti. Mi spiego meglio. Quando ero piccola, andare a scuola era il primo importante gesto di autonomia, sin dalle elementari. Ricordo ancora che al tempo delle elementari abitavo a Bologna, nel quartiere Saragozza, e andavo a scuola a piedi, da sola, già in seconda. 

I voti li apprendevamo dalla pagella, ed era una mia responsabilità cercare di andare bene a scuola, così da poter mostrare orgogliosa la pagella ai miei genitori. Colloqui ce n’erano pochissimi: se i tuoi genitori venivano convocati era perché c’era qualche problema grave da risolvere. 

Crescendo, la distanza tra famiglia e scuola si è sempre più allargata. Non esistevano registri elettronici, quindi i miei genitori non potevano controllare se effettivamente andassi a scuola o marinassi le lezioni. Qui entrava in gioco il ruolo del Preside: ricordo ancora le ramanzine in presidenza perché magari mi aveva pizzicato per strada durante le ore di lezione. Ma era una questione da risolvere tra adulti: se ti pizzico ancora chiamo i tuoi genitori, per ora sparisci e torna in classe!

Le insufficienze erano all’ordine del giorno, ma avevi tutto un quadrimestre per far quadrare i conti e portare una pagella decente a casa: di sicuro i tuoi genitori non correvano dal professore al primo 4!

I bulli c’erano anche ai miei tempi, ci sono sempre stati, così come gli insegnanti sadici, ma dovevi trovare da solo il modo di difenderti, coalizzandoti con altri compagni o semplicemente ignorandoli. Eppure siamo diventati adulti, senza troppe ansie o istinti autolesionistici.

Forse è il caso di riavvolgere il nastro, di fare un passo indietro, se vogliamo salvare la scuola e la vita dei nostri ragazzi, restituendo loro uno spazio di crescita personale in cui sviluppare la propria autonomia. Ma dobbiamo essere tutti uniti in questo, genitori e insegnanti.