Letture

Letture in tempo di COVID-19

“E mentre alcuni continuavano la solita vita e si adattavano alla reclusione, altri invece ebbero come unico pensiero di evadere da quella prigione.” Albert Camus, La Peste

La segregazione forzata di questi giorni, imposta dalla necessità di contenere il più possibile la diffusione del corona virus che sta mettendo in ginocchio il nostro sistema sanitario e provocando dolorosissime perdite in molte famiglie, ci costringe a riorganizzare la nostra vita quotidiana secondo ritmi e abitudini nuove o solitamente tipiche delle vuote giornate estive di una vacanza in città.

All’impossibilità di uscire di casa per incontrare amici, colleghi o anche semplicemente camminare in mezzo ad estranei in queste lunghe giornate primaverili, che manco farlo apposta sono stupende, possiamo far fronte leggendo buoni libri, guardando o riguardando vecchi film e nuove serie televisive oppure seguendo corsi online (ce n’è davvero di qualsiasi livello e per tutti i gusti: dallo yoga alla cucina vegetariana, dall’archeologia al cinema giapponese).

Oggi vorrei parlarvi dei libri che ho letto nelle ultime settimane e che mi stanno aiutando a capire e ad affrontare con più consapevolezza ciò che ci sta succedendo.

Il primo l’ho già citato in apertura: si tratta del romanzo intitolato La peste, di Albert Camus.

Premetto che in passato ho più volte evitato questo libro, forse proprio a causa del titolo così evocativo, pur essendo sempre stata consapevole che si trattasse di uno dei più grandi romanzi del ‘900.

Da ex libraia, convinta del potere magico e taumaturgico dei libri, preferisco pensare che doveva semplicemente arrivare il momento perfetto per leggerlo. Tra le sue pagine, magistralmente tradotte da Yasmina Mélaouah per la nuova edizione Bompiani, ho infatti riconosciuto tutti gli stati d’animo e le reazioni, a volte anche irrazionali, che ho vissuto in prima persona e a cui abbiamo assistito nelle nostre città da quando è iniziata la diffusione del virus:

“…sembrava che i nostri concittadini avessero difficoltà a capire ciò che stava accadendo loro. C’erano sentimenti condivisi come la separazione o la paura, ma tutti continuavano a mettere in primo piano anche le preoccupazioni personali. Nessuno aveva ancora davvero accettato la malattia. Quasi tutti erano in primo luogo sensibili a ciò che interferiva con le loro abitudini o toccava i loro interessi. Ne provavano fastidio o irritazione […]. La loro prima reazione, per esempio, fu di prendersela con la pubblica amministrazione.” (pag. 88-89)

“Continuavano così a girare per le strade e a sedersi ai tavolini dei caffè. Nel complesso non erano spaventati, si scambiavano più battute che lamentele e sembravano accettare di buon grado certi inconvenienti evidentemente passeggeri.” (pag. 90)

A questa fase iniziale, ovviamente, sono seguiti i momenti di consapevole angoscia, che Camus descrive molto bene quando parla del problema della carenza di personale sanitario, della diffusione incontrollata del virus nelle carceri o dell’impossibilità di assistere i propri cari nei loro ultimi momenti di vita o di celebrare un funerale dignitoso. Tutti drammi che purtroppo stanno riempiendo le pagine dei nostri giornali e i notiziari televisivi in questi giorni. Camus ci invita però a non spegnere mai il lume della ragione:

“Il male presente nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza e la buona volontà, se non è illuminata, può fare altrettanti danni della malvagità. Gli uomini sono più buoni che cattivi […] ma sono più o meno ignari, e questo è ciò che chiamiamo virtù o vizio, dove il vizio più desolante è l’ignoranza che crede di sapere tutto e si concede per questo il diritto di uccidere.” (pag. 143-144)

Anche in frangenti drammatici come questi l’unica isola di salvezza rimane la cultura e ad essa dobbiamo aggrapparci e fare affidamento, ascoltando e fidandoci di chi ne sa più di noi, in questo caso medici e scienziati.

Un’altra lettura che ho trovato illuminante, anche se apparentemente non c’entra molto con l’epidemia, è il saggio di Gherardo Colombo intitolato Democrazia.

Da moltissimo tempo a noi occidentali non capitava di veder limitata la nostra libertà personale come in questi giorni, mettendo così a dura prova la nostra idea di democrazia. Qual’è, infatti, la vera sostanza della democrazia se non la libertà?

“La democrazia è il sistema di organizzazione sociale tendente a consentire a ciascuno dei membri del “popolo”, vale a dire della società, la maggior libertà possibile in relazione con l’analoga e corrispondente liberà di ciascuno degli altri suoi membri. Massima espansione della libertà di tutti è, quindi, la sostanza della democrazia.” (pag. 45)

Ma è sempre possibile garantire la massima espansione della libertà di tutti? La situazione emergenziale di queste settimane e le misure adottate parrebbero dimostrare il contrario. In realtà, ci spiega Colombo,

“Alla democrazia è consentito limitare le libertà personali soltanto se la limitazione è funzionale all’esercizio della medesima libertà da parte di tutti. […] diritto e dovere hanno radice comune, sono complementari, e non può esistere l’uno senza che esista anche l’altro. […] non esiste libertà senza che esistano doveri. […] il diritto di essere CURATI GRATUITAMENTE [ad esempio] comporta il dovere, per tutti i partecipanti alla società che ne abbiano i mezzi, di PAGARE LE IMPOSTE.” (pag. 49-50)

Ricordiamocene la prossima volta che verrà alla luce qualche reato fiscale: se molte persone in questi giorni stanno morendo perché non abbiamo abbastanza posti letto nelle terapie intensive dei nostri ospedali; se il personale sanitario è costretto a lavorare in condizioni disumane, spesso senza neppure poter indossare protezioni personali adeguate; se la nostra libertà personale e i nostri diritti sono in grave pericolo, in gran parte dipende dal fatto che qualcuno, anzi più di qualcuno, ha disatteso i propri doveri. Spero che, una volta usciti da questo incubo, smetteremo per sempre di definire gli evasori “furbetti” e inizieremo a trattarli come veri e propri criminali.

Infatti, continua Colombo:

“Non basta il riconoscimento della libertà, se non è garantita la possibilità concreta di poterla praticare: non basta affermare che si è liberi di istruirsi, se le scuole costano troppo per poterci mandare i figli; che la salute è un diritto di tutti, se gli ospedali sono a pagamento anche per i bisognosi; che si è liberi di farsi una famiglia, se non c’è lavoro.” (pag. 51)

Colombo ci ricorda infine il valore fondamentale dell’educazione e dell’informazione:

“Senza essere adeguatamente informate, le persone non possono scegliere quel che vorrebbero e se la scelta è sinonimo di libertà, quando manca l’informazione manca anche la libertà.”

Forse suonerà banale ma se tutti fossimo disposti a far tesoro di questa esperienza, il COVID-19 potrebbe insegnarci moltissimo.