Letture

Geografia dell’anima: cosa chiamiamo casa?

Spesso mi interrogo su cosa significhi tornare a casa e quale sia, per ognuno di noi, il luogo che più corrisponde a questo nome: la casa dei nostri genitori? il quartiere che ci ha visti crescere? Oppure il paese o la città che abbiamo scelto da adulti?

Questo tema mi affascina particolarmente, probabilmente perché sono nata in una piccola città del Veneto, da genitori non veneti, ma sono cresciuta nel capoluogo dell’Emilia-Romagna, Bologna, che ho sempre considerato la mia “casa”. Ancora molto giovane sono tornata a vivere in Veneto, dove ho concluso i miei studi universitari, incontrato mio marito e cresciuto i miei figli, che ora però vivono quasi tutti altrove, anche fuori dai confini nazionali.

Quale sia la nostra vera casa è un argomento di cui parlo spesso con i miei figli. Ad esempio, durante il suo ultimo soggiorno in Italia mia figlia Anna ha espresso il desiderio di “tornare a casa” o comunque la sua nostalgia per il bel paese che l’ha vista nascere. È bastata qualche serata trascorsa in compagnia dei suoi vecchi amici, però, per rendersi conto delle mille difficoltà in cui si imbattono i suoi coetanei (poco più che trentenni) rimasti o tornati in Italia, spesso ancora alla ricerca di un lavoro stabile o di una dimensione professionale adeguata al percorso formativo compiuto. 

Spiace moltissimo constatare le differenze di opportunità ma soprattutto la differenza di trattamento dei giovani nel mondo del lavoro tra l’Italia e gli altri paesi europei, a prescindere dall’epidemia o da altri problemi strutturali.

Ovunque mia figlia abbia lavorato – nel Regno Unito e in Spagna – e a qualsiasi livello – da semplice commessa per una catena di negozi, a responsabile commerciale nel settore del turismo, fino alla posizione di country manager attualmente ricoperta per un’azienda di cosmesi coreana – la sua carriera lavorativa è sempre stata monitorata e supportata da superiori che la incoraggiavano a impegnarsi per migliorare la sua posizione e crescere professionalmente, prospettandole promozioni e aumenti salariali. Insomma, una vera e propria politica del lavoro meritocratica, che in Italia fatica ancora a prendere piede.

Di tornare a casa quindi non se ne parla, almeno per il momento. Anzi, molto probabilmente la vera casa a lungo andare diventerà un’altra: quella che le sta offrendo la possibilità di sentirsi apprezzata e valorizzata, com’è già successo a milioni di nostri connazionali. La capisco e la sostengo; se potessi me ne andrei anch’io da questo paese che più che da madre si comporta da matrigna con i propri figli. 

Per questo e per mille altri motivi inorridisco di fronte a chi cerca in tutti i modi di fermare o ostacolare un fenomeno che è insito nella natura dell’uomo da sempre: il desiderio di partire alla ricerca della propria casa, che può essere ovunque nel mondo, per qualcuno persino in Italia.

Letture consigliate: 

Dörte Hansen, Tornare a casa, Fazi editore

Perché a volte è necessario tornare alle origini e chiudere i conti con il proprio passato per poter capire chi si è veramente.

Viola Ardone, Il treno dei bambini, Einaudi

Perché a volte la vera casa è quella che ti offre la possibilità di un futuro migliore, anche se ci sei andato controvoglia.

Laura Imai Messina, Tokyo tutto l’anno, Einaudi

Perché a volte la vera casa è quella dove sei capitata per sbaglio ma ti regala ogni giorno tante emozioni inaspettate.