Diario

Cosa ho imparato da Björn Larsson

Björn Larsson presenta il suo ultimo romanzo, La lettera di Gertrud, presso la libreria Lovat (TV)

Docente di letteratura francese, filologo, traduttore, scrittore e amante del mare, Björn Larsson è uno degli autori svedesi più letti in Italia, paese in cui ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Grinzane Biamonti e il Premio Elsa Morante.

Premetto che, nonostante il suo nome e la sua fama non mi fossero ignare, non avevo letto alcun romanzo di Björn Larsson finora, forse poco attratta dalle trame dei suoi lavori più famosi, primo fra tutti La vera storia del pirata Long John Silver, il temibile pirata con una gamba sola protagonista dell’Isola del Tesoro, fatto sparire da Stevenson nel nulla, che l’autore fa riapparire vivo e ricco nel 1742 in Madagascar, intento a scrivere le sue memorie.

La trama del suo ultimo romanzo, invece, mi ha immediatamente conquistata. Probabilmente perché, sin da quando ero bambina, sono sempre stata molto interessata alla questione ebraica, alle vicende della Shoah e alle origini dell’antisemitismo.

La lettera di Gertrud, questo è il suo titolo, affronta inoltre una questione a me molto cara: il diritto sacrosanto di non avere una fede, di essere liberi pensatori scevri da ogni sovrastruttura religiosa o culturale imposta dalle nostre origini e dalla società in cui viviamo o, come disse Kant, di avere la legge morale dentro di noi e soltanto il cielo stellato sopra di noi.

Il protagonista, Martin Brenner, è un uomo di scienza, un genetista, che crede fermamente nella razionalità, nel progresso, nella libertà di ciascuno di vivere la propria vita e di costruirsi la propria identità, insomma un positivista. La sua vita scorre serena, al fianco di una moglie molto amata e di una figlia, Sara, amatissima.

Alla morte della madre, con la quale ha sempre avuto un rapporto “freddino” nonostante la stima e l’affetto reciproco, Martin scopre, attraverso una lettera di lei, di avere origini ebraiche, che la donna aveva sempre tenuto segrete, cambiandosi addirittura il nome, per proteggere il figlio dall’odio di cui era stata vittima da bambina, quando era stata deportata nei campi di concentramento, e per lasciarlo libero di scegliere da solo ciò in cui credere e chi essere.

Da questo momento Martin inizia ad interrogarsi su cosa significhi essere ebrei, per capire se e in che misura questa scoperta dovrebbe cambiare la sua vita o incidere sulla sua identità. Da scienziato affronta il problema documentandosi e leggendo una miriade di testi sull’argomento, nella speranza di trovare una risposta convincente ai dubbi che lo tormentano, ma allo stesso tempo la sua ossessione lo porta, suo malgrado, a commettere dei grossi errori, intraprendendo una discesa “agli inferi” che lo porterà a perdere tutto ciò che gli è più caro.

A metà tra romanzo e saggio, La lettera di Gertrud è un libro imperdibile per chi s’interroga su cosa significhi essere un uomo libero e quali siano i limiti imposti dalla società, dalla religione e dalla famiglia a questo anelito, sollevando questioni fondamentali per l’uomo contemporaneo come il diritto all’oblio, il peso dei segreti, la necessità di non abbassare mai la guardia verso chi ritiene di detenere la morale e di poter imporre la propria visione del mondo.

Voleva anche che i lettori capissero che quello che era successo a lui poteva capitare non solo a un ebreo, potenziale o dichiarato, ma a chiunque si rifiutasse di appartenere a una maggioranza e di lasciarsi categorizzare da ideologi di grido o da autoproclamati guardiani della morale.

Molto interessanti anche le riflessioni dell’autore su politica, società e mass media:

La democrazia e i diritti umani dovevano essere difesi con la forza e il coraggio, non con bonaria indulgenza, nella speranza che l’odio si sarebbe spento da solo, che l’antisemitismo, l’islamofobia, la misoginia, le violenze sessuali o la pedofilia venissero cancellati da un colpo di bacchetta magica.

Tranne rare eccezioni, lo spirito dei tempi consisteva nel mettere in piazza le proprie opinioni, non nell’essere aperto all’ascolto. L’importante era la polemica, era quella che faceva vendere migliaia di copie e salire il numero di spettatori. Non contava più cos’era vero o falso, ragionevole o insensato, giusto o sbagliato, ma il numero di follower su Facebook, Twitter e Instagram.

… la libertà dell’uomo consiste nel poter immaginare se stesso e il mondo diversi da quelli che sono, che per esempio io come svedese possa preferire di essere italiano o francese, un protestante possa immaginare di diventare cattolico (…) un nomade possa scegliere di diventare stanziale, o viceversa.

Il potere della letteratura è proprio questo: aiutarci ad immaginare di vivere tante vite, in mondi lontani, con culture anche molto diverse dalla nostra, ma soprattutto aiutarci a capire che ogni nostra scelta ha sempre delle conseguenze, che c’è sempre un prima e un dopo, sia che decidiamo di agire o meno, e che vale sempre la pena di lottare per affermare la propria identità e il proprio diritto ad essere uomini liberi.

Quando sia gli amici che i nemici vogliono che tu resti quello che sei e impongono sanzioni, dall’espulsione alla pena di morte, a seconda della cultura e della religione, per farti restare ciò che gli altri vogliono che tu sia, non è così facile continuare a lottare. Si può pensare quel che si vuole di Martin Brenner, ma almeno ha avuto il coraggio di non arrendersi.

Cosa ho imparato da Don Ciotti

Don Luigi Ciotti

I giovani, il futuro, la solidarietà e l’urgenza della lotta nelle parole di un uomo che ha dedicato tutta la sua vita agli ultimi.

C’è chi nasce con il dono della semplicità e della chiarezza e Don Luigi Ciotti è sicuramente una di queste persone. Se a questo aggiungiamo una grandissima dose di generosità, di amore per il genere umano e di coraggio, la miscela è a dir poco esplosiva.

In una brumosa serata di fine inverno, illuminata da un’enorme luna piena, il padre fondatore di LIBERA e ABELE ha fatto visita alla mia città, Conegliano, portando una ventata di energia positiva e voglia di cambiamento.

Non saprei come sdebitarmi con lui per le tante e belle parole che ci ha regalato, se non promettendo a me stessa di fare tesoro di tutto ciò che ho ascoltato.

Lascio qui di seguito, ad uso e consumo di chiunque vorrà, alcuni pensieri sparsi, per cercare di fare un po’ di ordine nella mia mente ma soprattutto per non dimenticare le sue parole più significative:

  • Siamo tutti esseri fragili ma insieme possiamo fare grandissime cose se ragioniamo come un “NOI” e non come tanti “IO” separati;
  • L’accoglienza è la base della vita; senza accoglienza non può esserci “NOI”, non può esserci la ricchezza data dalla diversità, ma solo tanta solitudine, senso d’impotenza, disperazione;
  • Non bisogna aspettare che succeda qualcosa, che il destino si compia: siamo noi, con le nostre azioni, le nostre scelte quotidiane a plasmare la nostra vita e la società in cui viviamo, per andare incontro al futuro e non esserne travolti. Non si può delegare agli altri la nostra vita;
  • La città deve avere un compito “educativo”: l’educazione non può esserci senza la cultura e la città deve essere in grado di offrire a tutti l’opportunità di essere educati, promuovendo la cultura e creando luoghi educativi;
  • I giovani hanno bisogno di messaggi di speranza e positività; sono alla continua ricerca di qualcuno disposti ad ascoltarli e di esempi costruttivi e di coerenza, ma soprattutto hanno un enorme bisogno di essere coinvolti “praticamente” nelle scelte, nei progetti che determinano il loro futuro. Lo dimostrano i tanti giovani impegnati in LIBERA o nei movimenti per la salvaguardia dell’ambiente;
  • Non ha importanza dimostrare che Dio esiste; ciò che conta è sapere sempre da che parte sta e stare dalla sua parte (ovviamente non sta dalla parte di chi non soccorre le persone in mare o in difficoltà, ma sempre con gli ultimi della terra, giusto per chiarire); ma soprattutto
  • La mafia è ovunque e non dobbiamo mai abbassare la guardia.

Concludo con due frasi di Martin Luther King con cui Don Ciotti ci ha salutati: 


“Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti.”
“Solo quando è molto buio si possono vedere le stelle.”

Grazie Don Ciotti per aver illuminato le nostre menti.

Cosa ho imparato da Guy Kawasaki

Mercoledì 20 giugno ho avuto l’onore di assistere al primo Digital Convergence Day organizzato da The Digital Box e l’Università Bocconi di Milano. Non sarò mai abbastanza riconoscente a chi mi ha offerto il pass (Silvia, sei una vera amica; Michele e Cosimo grazie infinite a voi e a DigitalEvo per l’ospitalità!) di questa interessantissima convention che ha riunito il Gotha italiano della digital revolution – docenti universitari, giornalisti del settore e top manager di aziende del calibro di Microsoft e Facebook –  e avuto come ospite d’onore il mitico Guy Kawasaki, l’uomo che ha contribuito al successo di Apple e di molti altri brand planetari, per la prima volta in Italia.

Mr Kawasaki è universalmente considerato un “evangelista”, ovvero una persona che ha il dono di prevedere ciò che accadrà nel prossimo futuro perché riesce ad interpretare i segnali del proprio tempo. Non nascondo che morivo dalla voglia di ascoltarlo dal vivo, perché lo seguo già da diversi anni e lo considero un vero e proprio “maestro”.

Nonostante avessi già ascoltato diverse volte i suoi preziosi consigli per avere successo nei social media, il suo speech mi ha regalato nuove preziose “gemme”.  Desidero condividere con voi le tre dritte che mi hanno colpita maggiormente.

# 1  Migliora la tua prospettiva. La gente ama farsi guidare più dall’istinto che dalla razionalità, anche online. Un esempio su tutti: il successo di Tinder. Generalmente le agenzie d’incontri online sottopongono ai propri utenti questionari molto approfonditi per aiutarli a trovare l’anima gemella. Tinder ha sbaragliato la concorrenza puntando tutto sull’immagine del profilo e pochissime informazioni. Mi piace! Non mi piace! Chiaro e semplice, quindi efficace!

#2 Prendi posizione. Sebbene molti ritengano sia più saggio mantenersi sempre equidistanti, in realtà non dobbiamo avere il timore di dichiarare le nostre convinzioni e di prendere posizione nelle cause che ci stanno più a cuore, a patto di non essere offensivi. Probabilmente qualcuno non lo apprezzerà e smetterà di seguirci, ma così facendo conquisteremo la stima e la fedeltà di moltissime persone che la pensano come noi! Avrei voluto salire sul palco per abbracciarlo, perché questa è una cosa che sostengo da sempre!

# 3 Ripeti i post. Questo consiglio mi ha davvero sorpresa! Ero convinta che per essere credibili e avere seguito sui social media si dovessero pubblicare contenuti sempre freschi e originali. Guy Kawasaki, al contrario, ci ha dimostrato che, quando un contenuto è interessante, vale la pena riproporlo più volte, in fasce orarie diverse, in modo da intercettare più persone possibile. Se qualcuno dovesse accorgersi che abbiamo postato due volte lo stesso contenuto, cosa assai improbabile nel flusso continuo di notizie, è quella persona ad avere un problema non noi, perché significa che trascorre le  sue giornate sui social anziché occuparsi di cose più importanti!

Thank you very much Mr Kawasaki!! Hope to see you again sooner or later!!

Tutti pronti per l’applicazione del GDPR?

Il 25 maggio di quest’anno sarà applicato il nuovo regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), approvato dal Parlamento Europeo il 14 aprile 2016. Dopo tale data, le organizzazioni non in regola saranno passibili di pesanti sanzioni.

Il GDPR sostituisce la direttiva 95 /46 / CE ed è stato concepito per armonizzare le diverse leggi nazionali sulla protezione dei dati applicate in Europa, per proteggere e rafforzare la protezione dei dati di tutti i cittadini europei e per ridefinire l’approccio di tutte le organizzazioni alla protezione dei dati.

PRINCIPALI MODIFICHE APPORTATE DAL GDPR

Lo scopo del GDPR è di proteggere tutti i cittadini europei dalla violazione della privacy in un mondo sempre più basato sulla circolazione di dati, che è profondamente diverso da quello del 1995, anno in cui fu formulata la direttiva. Sebbene i principi fondamentali della protezione dei dati stabiliti nella precedente direttiva siano tuttora validi, sono state apportate modifiche significative alle normative, che avranno importanti ripercussioni soprattutto sul mondo degli affari.

Nomina di un responsabile della protezione dei dati (DPO)

Prima novità fra tutte è la previsione di una nuova figura professionale, non contemplata in precedenza, denominata “responsabile della protezione dei dati” (data protection officer – DPO), la cui designazione sarà obbligatoria ogniqualvolta il trattamento dei dati personali sia effettuato da un’autorità pubblica o da un organismo pubblico.

Il DPO potrà essere designato tra i dipendenti del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento oppure identificarsi in un soggetto esterno, chiamato ad assolvere i suoi compiti in base a un contratto di servizi.

Estensione territoriale dell’ambito di applicazione

Un’altra importante novità è l’estensione della giurisdizione del regolamento, poiché riguarda tutte le società che trattano i dati personali di soggetti residenti nell’UE, a prescindere dalla sede della società.

In precedenza, l’applicabilità territoriale della direttiva era ambigua. Il nuovo regolamento rende l’applicabilità molto chiara – essa sarà applicabile al trattamento dei dati da parte di qualsiasi ente nell’UE a prescindere dal fatto che il trattamento abbia luogo nell’UE e a prescindere dal fatto che il responsabile del trattamento risieda in Europa, in tutti i casi in cui le attività riguarderanno: l’offerta di beni o servizi ai cittadini dell’UE e il monitoraggio di comportamenti che hanno luogo all’interno dell’UE. Le società extra comunitarie che tratteranno i dati di cittadini dell’Unione dovranno nominare un proprio responsabile della protezione dei dati in UE.

Sanzioni

 Le organizzazioni che violeranno la direttiva potranno essere multate con sanzioni fino al 4% del fatturato o fino a € 20 milioni. Questa è la massima sanzione applicabile per la violazione più importante, ossia non avere il consenso esplicito e completo da parte dell’interessato al trattamento dei suoi dati, violando così il nucleo centrale del regolamento generale sulla protezione dei dati.

Sanzioni inferiori (fino al 2%) sono previste per le organizzazioni che non terranno in ordine la documentazione (articolo 28) o che non notificheranno eventuali violazioni all’autorità garante. Queste regole valgono sia per i soggetti responsabili del trattamento dei dati che per i processori – ovvero i “cloud” non saranno esenti dall’applicazione del regolamento.

Consenso
Le condizioni per ottenere il consenso sono state rafforzate e le società non potranno più utilizzare lunghe clausole di difficile interpretazione per richiedere il consenso al trattamento dei dati, che dovrà essere raccolto in modo chiaro, con un modulo a parte, e redatto con un linguaggio comprensibile a tutti. Ritirare il proprio consenso per gli interessati dovrà essere semplice tanto quanto rilasciarlo.
Una bella svolta europea in nome della chiarezza.

Le parole creano mondi e generano mostri: il caso di “razza”

A tutti noi è chiaro il significato della parola razza e siamo abituati ad utilizzarla indifferentemente con riferimento agli uomini (razza bianca, razza caucasica, razza padana, ecc.) e al regno animale. Ma che origine ha questa parola e perché ha preso piede?

Il concetto di razza in senso moderno, per indicare le divisioni tra gruppi umani, fu usato per la prima volta nel 1684 da F. Bernier, medico e viaggiatore francese, ai fini di una classificazione scientifica dell’umanità. Nel 1753 C. Linneo introdusse come criterio distintivo della razza il colore della pelle, dividendo i gruppi umani in bianchi, rossi, gialli e neri. Il termine razza umana fu poi adottato dal naturalista G.L. Buffon per designare i gruppi “naturali” di individui all’interno della specie umana, differenziabili sulla base di determinati caratteri morfologici. (cfr. Enciclopedia Treccani)

Questo concetto fu in seguito rafforzato dalle teorie di Samuel Morton, un medico americano vissuto nella prima metà del 19° secolo, appassionato collezionista di crani umani e considerato il padre del razzismo scientifico. Morton era convinto che l’umanità potesse essere divisa in cinque razze, corrispondenti a cinque atti della creazione. Ogni razza avrebbe avuto tratti distintivi corrispondenti al posto occupato in una gerarchia divina. Le misurazioni dei crani dimostravano, secondo Morton, come la razza caucasica fosse superiore a ogni altra, mentre quella nera o “etiopica” occupava l’ultimo posto della classifica. Le idee di Morton furono presto abbracciate dai sostenitori della schiavitù.

Studi antropologici condotti a partire dagli inizi del novecento hanno dimostrato che la classificazione razziale sistematica è insostenibile. Il concetto di razza ha subito una radicale riformulazione da parte della moderna scienza biologica, che ha dimostrato l’arbitrarietà di ogni principio generale di classificazione. La mappatura del genoma ha infatti dimostrato una volta per tutte come il genoma di tutte le persone (la parte del DNA uguale per tutti gli individui di una stessa specie), qualunque sia il colore della loro pelle o la forma dei loro occhi, sia identico al 99,9 per cento.

Il National Geographic ha recentemente risollevato la questione della razza, con una serie di articoli molto interessanti e pubblicando in copertina la foto di due gemelline inglesi, Marcia e Millie Biggs, una bianca e l’altra nera. La mamma delle bambine è inglese da generazioni, mentre il padre è di origine Giamaicana e le gemelline eterozigote hanno ereditato ognuna i caratteri di uno soltanto dei genitori. È un caso molto raro, che dimostra ancora una volta dal punto di vista scientifico che la razza non esiste ma è solo un’invenzione umana.

National Geographic aprile 2018

L’idea di razza sarebbe quindi stata formulata al solo scopo di discriminare. Molti degli orrori perpetrati nei secoli scorsi sono stati giustificati adducendo l’esistenza di razze inferiori. Purtroppo, nonostante i progressi della scienza abbiano chiaramente dimostrato l’infondatezza di questa idea, viviamo ancora all’ombra della sua pesante eredità: le discriminazioni razziali continuano a influenzare la politica, la nostra vita quotidiana e il nostro rapporto con gli altri. Superare i nostri pregiudizi è molto meno semplice di quanto pensiamo e solo l’estirpazione radicale di parole come “razza” dal nostro vocabolario potrà aiutare le generazioni future a creare una nuova visione del mondo.

Sviluppo sostenibile: a che punto siamo con l’applicazione dell’Agenda 2030?

Il 25 settembre 2015 l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (ONU, 2015). Questo nuovo quadro di riferimento globale per riorientare l’umanità verso un cammino sostenibile è stato elaborato a seguito della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile (Rio+20) tenutasi a Rio de Janeiro, Brasile, nel giugno 2012, coinvolgendo, in un processo durato tre anni, gli Stati Membri dell’ONU e indagini nazionali che hanno impegnato milioni di persone e migliaia di attori in tutto il mondo. A che punto siamo in Italia con l’applicazione di quest’Agenda?

Al centro dell’Agenda 2030 ci sono i 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, il cui scopo è di assicurare una vita sulla terra sostenibile, pacifica, prospera ed equa per tutti, nel presente e nel futuro. Gli obiettivi riguardano quelle sfide globali che sono cruciali per la sopravvivenza dell’umanità e prendono in considerazione una serie di bisogni sociali quali l’educazione, la salute, la protezione sociale e le opportunità di lavoro, affrontando, nel contempo, il cambiamento climatico e la protezione ambientale. Vediamo nel dettaglio quali sono:

  1. Povertà zero: porre fine a ogni forma di povertà nel mondo;
  2. Fame zero: porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile ;
  3. Salute e benessere: assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età;
  4. Istruzione di qualità: garantire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e opportunità di apprendimento permanente per tutti;
  5. Uguaglianza di genere: raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze;
  6. Acqua pulita e igiene: garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie;
  7. Energia pulita e accessibile: assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni;
  8. Lavoro dignitoso e crescita economica: incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti;
  9. Industria, innovazione e infrastrutture: costruire infrastrutture resilienti, promuovere un’industrializzazione sostenibile e incoraggiare l’innovazione;
  10. Più eguaglianza: ridurre l’ineguaglianza all’interno delle Nazioni e fra di esse;
  11. Città e comunità sostenibili: rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili;
  12. Consumo e produzione responsabili: garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo;
  13. Agire per il clima: adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze;
  14. La vita sott’acqua: conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile;
  15. La vita sulla terra: proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, combattere la desertificazione, fermare e invertire il degrado del suolo e la perdita della biodiversità;
  16. Pace, giustizia e istituzioni forti: promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile, offrire a tutti l’accesso alla giustizia e costruire istituzioni efficienti, responsabili e inclusive a tutti i livelli;
  17. Partnership per gli obiettivi: rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile;

Fonte: http://www.un.org/sustainabledevelopment/ sustainabledevelopment-goals

 

Per creare un mondo più sostenibile e impegnarsi sui temi concernenti la sostenibilità, gli individui devono diventare agenti del cambiamento e per farlo devono trasformare profondamente il modo in cui pensano e agiscono.

L’educazione pertanto è cruciale per il raggiungimento dello sviluppo sostenibile. Tuttavia, non tutti i tipi di educazione sono compatibili con lo sviluppo sostenibile.

Poiché le società in tutto il mondo faticano a tenere il passo con il progresso della tecnologia e della globalizzazione, esse affrontano molte sfide nuove. Queste includono complessità e incertezza crescenti; più individualizzazione e diversità sociale; uniformità economica e culturale in espansione; maggiore vulnerabilità ed esposizione ai rischi naturali e tecnologici.

Le persone devono imparare a capire la complessità del mondo in cui vivono. Hanno bisogno di essere capaci di collaborare, parlare e agire in vista di un cambiamento positivo (UNESCO, 2015). Possiamo definire queste persone “cittadini della sostenibilità” (Wals, 2015; Wals e Lenglet, 2016).

Ma quali sono le competenze fondamentali che le persone devono possedere per perseguire la sostenibilità?

Pensiero sistemico: la capacità di riconoscere e capire le relazioni; di analizzare sistemi complessi; di pensare a come i sistemi siano incorporati entro domini differenti e scale diverse e di gestire l’incertezza.

Capacità di previsione: capacità di comprendere e valutare molteplici futuri possibili, probabili e desiderabili; di creare le proprie visioni per il futuro; di applicare il principio di precauzione; di determinare le conseguenze delle azioni e di gestire i rischi e i cambiamenti.

Competenza normativa: capacità di capire e riflettere sulle norme e i valori che risiedono dietro le azioni di ognuno e di negoziare i valori, i principi, gli obiettivi e i target della sostenibilità, in un contesto di conflitti d’interesse e compromessi, conoscenza incerta e contraddizioni.

Competenza strategica: capacità di sviluppare e implementare collettivamente azioni innova ve che promuovano la sostenibilità a livello locale e oltre.

Spirito collaborativo: capacità di imparare dagli altri; di capire e rispettare i bisogni, le prospettive e le azioni degli altri (empatia); di comprendere, relazionarsi con ed essere sensibili agli altri (leadership empatica); di gestire i conflitti in un gruppo; e di facilitare un approccio collaborativo e partecipato alla risoluzione di problemi. 

Pensiero critico: capacità di mettere in dubbio le norme, le pratiche e le opinioni; di riflettere sui propri valori e le proprie percezioni e azioni; e di prendere posizione sul tema della sostenibilità.

 Auto-consapevolezza: l’abilità di riflettere sul proprio ruolo nella comunità locale e nella società (globale); di valutare incessantemente e motivare ulteriormente le proprie azioni e di gestire i propri sentimenti e desideri.

Problem-solving integrato: capacità fondamentale di applicare diversi quadri di problem-solving a problemi complessi di sostenibilità e di sviluppare opzioni risolutive valide, inclusive ed eque che promuovano lo sviluppo sostenibile, integrando le competenze sopra menzionate.

In Italia tutto ciò è stato tradotto in un Piano del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR), articolato in 20 azioni che riguardano quattro macro aree: strutture ed edilizia; didattica e formazione delle e dei docenti; università e ricerca; informazione e comunicazione.

Alcune delle principali proposte contenute nel piano:

  • l’inserimento di requisiti di sostenibilità degli edifici tra i criteri per la realizzazione degli interventi nella programmazione dei fondi PON, dei poli innovativi per l’infanzia, del piano triennale nazionale, nel bando per gli Arredi innovativi e nel bando per i Fondi per Edilizia AFAM (Alta formazione artistica, musicale e coreutica);
  • lo stanziamento di 5 milioni di euro per finanziare interventi di efficientamento energetico delle scuole progettati dalle ragazze e dai ragazzi durante percorsi di Alternanza o percorsi di educazione ambientale;
  • la predisposizione di un protocollo per l’Alternanza scuola-lavoro con ENEA, per percorsi durante i quali studentesse e studenti possano partecipare a progetti di valutazione energetica delle scuole;
  • saranno destinate alle studentesse e agli studenti, in base alla condizione economica delle famiglie di appartenenza, borse di mobilità internazionale, finanziate dal Fondo Giovani, per permettere questa esperienza a chi, altrimenti, non potrebbe accedervi;
  • lo stanziamento di 65 borse di dottorato su ambiti di ricerca coerenti con l’Agenda 2030 e con la Strategia Nazionale, costruiti insieme da Università e territori.

Un paese che investe sulle giovani generazioni è un paese che crede nel futuro e nel cambiamento. Pensateci quando andrete a votare il 4 marzo.

Tecnologia e apprendimento: come preparare i millennials alla vita?

La centralità dell’insegnante nella preparazione alla vita

Quali abilità saranno fondamentali in futuro? Quali strumenti offrire ai bambini di oggi per affrontare al meglio la vita?

Microsoft, in collaborazione con McKinsey & Company’s Education Practice,  ha appena pubblicato i risultati di un’interessante ricerca sull’apprendimento delle nuove generazioni (bambini che attualmente frequentano la scuola materna) e il futuro dell’insegnamento.

Lo studio si è focalizzato sulle abilità chiave che gli studenti dovranno padroneggiare per accedere alla formazione universitaria, il tipo di preparazione che sarà richiesto e il ruolo che insegnanti e tecnologia avranno nel loro percorso formativo.

È evidente come l’intelligenza artificiale stia cambiando drasticamente il mondo del lavoro: entro il 2030 i lavori più semplici saranno quasi completamente automatizzati mentre saranno sempre più richieste abilità cognitive e sociali di tipo superiore, come il pensiero critico e creativo, il problem solving, la capacità fare squadra, ecc.

Per rinforzare questo tipo di abilità, gli studenti avranno sempre più bisogno d’instaurare relazioni significative con i propri insegnanti e di un percorso formativo personalizzato, che consenta di far emergere le potenzialità individuali e offra ampio spazio all’intelligenza emotiva (soft skills).

Appare chiaro dunque che quello dell’insegnante è una delle professioni che non corre il rischio di essere automatizzata nel prossimo futuro, mentre il ruolo della tecnologia sarà di supporto e integrazione dell’esperienza formativa, consentendo ad esempio di risparmiare fino al 30% di tempo nello svolgimento di alcuni compiti.

 

 

Calano ancora i lettori in Italia. Vogliamo cambiare rotta?

Sono appena stati pubblicati i dati Istat su produzione e lettura dei libri in Italia e, ahimè, non ci sono buone notizie. Nel 2016 i lettori italiani con più di 6 anni che leggono (esclusi testi scolastici) sono ulteriormente calati, passando dal 42% del 2015 al 40,5% del 2016 (stiamo parlando di un libro all’anno, eh!). La fascia di età che legge di più è quella dei giovanissimi tra gli 11 e i 14 anni (51,1%), anche se sono ancora troppo pochi.

Il ruolo della scuola, che ha la responsabilità di avvicinare e appassionare i ragazzi alla lettura, e dell’ambiente familiare sono fondamentali. Legge di più, infatti, chi ha entrambi i genitori lettori (il 66,9% contro il 30,8% di chi ha i genitori che non leggono). Leggono di più le donne rispetto agli uomini, ma questa non è una novità. In compenso è ripresa ad aumentare la pubblicazione di titoli, che nel 2016 sono stati  ben 61.188 per un totale di 129 milioni di copie (circa due per ogni cittadino italiano).

Perché gli italiani non leggono o leggono pochissimo? Da forte lettrice ed ex libraia è una domanda che mi sono posta spesso. Ovviamente i motivi sono molteplici: la diffusione di internet ha sicuramente spostato l’attenzione di tantissimi italiani, non solo giovanissimi, verso altri tipi di lettura e intrattenimento, molto più veloci e disimpegnati. Questo ha comportato un calo drammatico della literacy degli italiani, ovvero della capacità di comprendere e interpretare il significato di un testo scritto, che è molto più bassa della media OCSE. È il cosiddetto analfabetismo di ritorno che il compianto linguista Tullio De Mauro paventava già diversi anni fa.

Questa pigrizia degli italiani affonda le sue radici molto più lontano nel tempo ed è palesemente evidente se si confrontano i nostri dati di lettura rispetto a quelli di altri paesi come Germania, Regno Unito, Olanda, Francia, ecc.. Paesi che sono stati invasi a loro volta dalla tecnologia digitale ma che fondamentalmente non hanno perso lettori.

Il nostro non leggere è un vero e proprio retaggio culturale ed è legato alla nostra matrice cattolica. Al cattolico non era consentito leggere e interpretare in autonomia le Sacre Scritture, a differenza del protestante o dell’ebreo. È quindi da secoli abituato soltanto ad ascoltare e a prendere per vero tutto ciò che gli viene raccontato, acriticamente. Le conseguenze? Sono sotto gli occhi di tutti, ogni giorno!

Concludo con le parole di un grandissimo maestro, nella speranza che l’anno nuovo porti  almeno un lettore in più!

“Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo.”

Gianni Rodari

Google: 2017 un anno di ricerche importanti

Anche il 2017 sta per concludersi e come ogni anno è arrivato il momento di fare un bilancio. Lo fanno le aziende, lo fanno le persone, lo fanno i motori di ricerca. Google, uno dei motori di ricerca più utilizzati al mondo, il 12 dicembre ha pubblicato i propri risultati e – udite, udite – la keyword più digitata nel 2017 è stata… “Come?”

Le richieste digitate su Google sono stati davvero tantissime: come domare un incendio, come candidarsi alle elezioni, come osservare un’eclissi, come diventare bravi genitori, come scrivere un cartello di protesta, come essere una donna forte, come smettere di avere paura… ma la domanda più bella e più ricorrente è stata “come aiutare?” ed è stata posta da milioni e milioni di persone preoccupate per i rifugiati, per i fratelli senza tetto e per le tantissime vittime di guerre, alluvioni, terremoti o incendi devastanti. Una domanda semplice, chiara, che però racconta tantissimo di questo nostro mondo e dell’umanità che lo abita: un pianeta spesso dipinto a tinte fosche, in cui pare non esserci più spazio per la speranza nel futuro e per il senso di fratellanza e che invece chiede a gran voce di trovare un modo per andare avanti, per continuare a crescere e a migliorare, tutti insieme!

Un anno di ricerche Google

Nel 2018 quale sarà la keyword più digitata su Google? Io spero libertà! Libertà di amare chi si vuole, libertà di essere donna a qualsiasi latitudine, libertà di professare qualsiasi religione, libertà di esprimere sempre ciò che si pensa, libertà di viaggiare anche da sole, libertà di vivere dove ci piace, libertà di smettere di vivere se si soffre troppo.