Cosa ho imparato da Björn Larsson

Björn Larsson presenta il suo ultimo romanzo, La lettera di Gertrud, presso la libreria Lovat (TV)

Docente di letteratura francese, filologo, traduttore, scrittore e amante del mare, Björn Larsson è uno degli autori svedesi più letti in Italia, paese in cui ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Grinzane Biamonti e il Premio Elsa Morante.

Premetto che, nonostante il suo nome e la sua fama non mi fossero ignare, non avevo letto alcun romanzo di Björn Larsson finora, forse poco attratta dalle trame dei suoi lavori più famosi, primo fra tutti La vera storia del pirata Long John Silver, il temibile pirata con una gamba sola protagonista dell’Isola del Tesoro, fatto sparire da Stevenson nel nulla, che l’autore fa riapparire vivo e ricco nel 1742 in Madagascar, intento a scrivere le sue memorie.

La trama del suo ultimo romanzo, invece, mi ha immediatamente conquistata. Probabilmente perché, sin da quando ero bambina, sono sempre stata molto interessata alla questione ebraica, alle vicende della Shoah e alle origini dell’antisemitismo.

La lettera di Gertrud, questo è il suo titolo, affronta inoltre una questione a me molto cara: il diritto sacrosanto di non avere una fede, di essere liberi pensatori scevri da ogni sovrastruttura religiosa o culturale imposta dalle nostre origini e dalla società in cui viviamo o, come disse Kant, di avere la legge morale dentro di noi e soltanto il cielo stellato sopra di noi.

Il protagonista, Martin Brenner, è un uomo di scienza, un genetista, che crede fermamente nella razionalità, nel progresso, nella libertà di ciascuno di vivere la propria vita e di costruirsi la propria identità, insomma un positivista. La sua vita scorre serena, al fianco di una moglie molto amata e di una figlia, Sara, amatissima.

Alla morte della madre, con la quale ha sempre avuto un rapporto “freddino” nonostante la stima e l’affetto reciproco, Martin scopre, attraverso una lettera di lei, di avere origini ebraiche, che la donna aveva sempre tenuto segrete, cambiandosi addirittura il nome, per proteggere il figlio dall’odio di cui era stata vittima da bambina, quando era stata deportata nei campi di concentramento, e per lasciarlo libero di scegliere da solo ciò in cui credere e chi essere.

Da questo momento Martin inizia ad interrogarsi su cosa significhi essere ebrei, per capire se e in che misura questa scoperta dovrebbe cambiare la sua vita o incidere sulla sua identità. Da scienziato affronta il problema documentandosi e leggendo una miriade di testi sull’argomento, nella speranza di trovare una risposta convincente ai dubbi che lo tormentano, ma allo stesso tempo la sua ossessione lo porta, suo malgrado, a commettere dei grossi errori, intraprendendo una discesa “agli inferi” che lo porterà a perdere tutto ciò che gli è più caro.

A metà tra romanzo e saggio, La lettera di Gertrud è un libro imperdibile per chi s’interroga su cosa significhi essere un uomo libero e quali siano i limiti imposti dalla società, dalla religione e dalla famiglia a questo anelito, sollevando questioni fondamentali per l’uomo contemporaneo come il diritto all’oblio, il peso dei segreti, la necessità di non abbassare mai la guardia verso chi ritiene di detenere la morale e di poter imporre la propria visione del mondo.

Voleva anche che i lettori capissero che quello che era successo a lui poteva capitare non solo a un ebreo, potenziale o dichiarato, ma a chiunque si rifiutasse di appartenere a una maggioranza e di lasciarsi categorizzare da ideologi di grido o da autoproclamati guardiani della morale.

Molto interessanti anche le riflessioni dell’autore su politica, società e mass media:

La democrazia e i diritti umani dovevano essere difesi con la forza e il coraggio, non con bonaria indulgenza, nella speranza che l’odio si sarebbe spento da solo, che l’antisemitismo, l’islamofobia, la misoginia, le violenze sessuali o la pedofilia venissero cancellati da un colpo di bacchetta magica.

Tranne rare eccezioni, lo spirito dei tempi consisteva nel mettere in piazza le proprie opinioni, non nell’essere aperto all’ascolto. L’importante era la polemica, era quella che faceva vendere migliaia di copie e salire il numero di spettatori. Non contava più cos’era vero o falso, ragionevole o insensato, giusto o sbagliato, ma il numero di follower su Facebook, Twitter e Instagram.

… la libertà dell’uomo consiste nel poter immaginare se stesso e il mondo diversi da quelli che sono, che per esempio io come svedese possa preferire di essere italiano o francese, un protestante possa immaginare di diventare cattolico (…) un nomade possa scegliere di diventare stanziale, o viceversa.

Il potere della letteratura è proprio questo: aiutarci ad immaginare di vivere tante vite, in mondi lontani, con culture anche molto diverse dalla nostra, ma soprattutto aiutarci a capire che ogni nostra scelta ha sempre delle conseguenze, che c’è sempre un prima e un dopo, sia che decidiamo di agire o meno, e che vale sempre la pena di lottare per affermare la propria identità e il proprio diritto ad essere uomini liberi.

Quando sia gli amici che i nemici vogliono che tu resti quello che sei e impongono sanzioni, dall’espulsione alla pena di morte, a seconda della cultura e della religione, per farti restare ciò che gli altri vogliono che tu sia, non è così facile continuare a lottare. Si può pensare quel che si vuole di Martin Brenner, ma almeno ha avuto il coraggio di non arrendersi.